Risposta dell'On. Alessandro Natta a Lazzero Ricciotti

6 Marzo 2000

Caro presidente Lazzero,
la ringrazio molto per aver pensato anche a me, per un qualche contributo alla giusta e nobile iniziativa di cui si è fatto promotore. Vorrei davvero riuscire a darle una mano. Io mi trovo in una condizione molto difficile. Soffro da anni di un tormentoso enfisema polmonare che da pochi mesi si è aggravato e che combinandosi con un altro malanno quale l'artrosi e l'osteoporosi mi ha costretto a restar chiuso in casa e a rinunciare a qualsiasi attività. Mi spiace molto dover confessare queste infermità. E tuttavia ho rapporti che possono essere utili (a cominciare da quello con l'istituto storico di Imperia); riesco ancora a scrivere, anche se a mano, una lettera; posso parlare al telefono (anche se non posso assordarmi, come potevo lo scorso anno, partecipare ad una manifestazione pubblica). Sono dunque a sua disposizione, per riuscire se possibile a rimediare in qualche misura alle conseguenze gravi e deplorevoli di omissioni, di disattenzioni e trascuratezze.
Lei sa che io ho riconosciuto pubblicamente le mie responsabilità, perché avendo scritto una testimonianza sulla vicenda degli Imi, che avrebbe dovuto essere pubblicata nel 1955, rinunciai di fronte al primo intoppo editoriale e solo dopo 40 anni ho reso pubblica quella riflessione, tardivamente senz'altro ai fini di un più equo giudizio storico e di qualche più concreto riconoscimento delle sofferenze e dei sacrifici dei tanti italiani, militari e civili, che si sono trovati tra il settembre '43 e il '45, nelle mani del Reich tedesco.
Non intendo affatto disconoscere - e credo che lei convenga con me - l'impegno e il lavoro compiuto dalle associazioni degli ex-combattenti e degli ex-internati, a difesa e a riconoscimento dei diritti dei prigionieri di guerra; né mi pare si debba sottovalutare il grande lavoro da parte di storici valenti, anche tedeschi, soprattutto negli ultimi due decenni passati, per indagare, chiarire, far conoscere le proporzioni reali, della deportazione di italiani in Germania, tra il '40 e il '45, le forme, i caratteri, le condizioni del lavoro e dello sfruttamento, disumano, a cui furono sottoposti dopo l'armistizio dell'8 settembre.
E tuttavia non c'è dubbio che siamo responsabili, noi che quella tragica esperienza in qualche modo abbiamo vissuto, e che - come è accaduto a me - abbiamo poi avuto compiti e responsabilità politiche nel nostro paese, di non aver fatto il possibile per dare coscienza precisa agli italiani del dramma che era stato vissuto e di non aver dato voce tempestivamente alle legittime e giuste rivendicazioni dei tanti condannati al lavoro coatto.
Io mi sono chiesto spesso in questi anni più recenti perché vi sia stato, e non solo per gli internati italiani, un fenomeno di così vasta rimozione. E' chiaro che siamo di fronte ad un fatto istintivo, che è quello di allontanare il ricordo delle esperienze di pena, di dolore, in particolare quando vanno oltre la soglia della dignità della persona.
Ma aldilà di questo elemento tipico della psicologia e della natura della nostra civiltà, bisogna considerare che nel caso dell'Italia, il problema dei prigionieri di guerra, nel conflitto del '40-'45, è stato di una complessità assai grande e di una difficilissima soluzione.
Il numero enorme - 600/700 mila - di italiani internati in Germania indicava di per se che si era di fronte ad un fatto e ad un problema che andavano aldilà dell'evento militare. In quella dimensione era evidente il dato di una guerra perduta, ma più a fondo si avvertiva la sconfitta disastrosa del governo fascista, la perdita di legittimità della monarchia, e ancor peggio la dissoluzione dell'esercito, delle strutture civili dello stato, e del mancamento dello spirito pubblico, della stessa solidarietà dei cittadini. In quella enorme massa di prigionieri era abbastanza limitato il numero dei soldati e degli ufficiali che dopo il 8 settembre '43 avevano opposto una qualche resistenza, un rifiuto alle intimidazioni di resa da parte dell'esercito tedesco. 
Il numero più grande era di gran lunga quello costituito, in Italia e all'estero, dai reparti che avevano deposto le armi, che erano stati catturati per il crollo traumatico del vertice dello stato e dei comandi militari.
Il secondo aspetto che occorre richiamare per una corretta valutazione di questa vicenda è che al momento della fine della guerra, nel 1945, l'Italia si trova di fronte a due masse imponenti, quasi di eguale dimensioni, di prigionieri di guerra: da una parte, quella che si era trovata nelle mani dei tedeschi, e dall'altra quella che era stata nei campi di concentramento delle potenze alleate. In questa realtà contraddittoria si rifletteva il travagliato terribile percorso che l'Italia viene compiendo tra il '40 e il '45; le difficoltà durissime per i nostri prigionieri, nell'uno e nell'altro campo, a darsi una ragione, e costruire un orientamento comune, e compiere una scelta politica, anche perché o non si possono riconoscere, come nel caso della R.S.I., o non hanno autorità sufficienti, come nel caso della monarchia, i governi italiani.
Così accade che tra i prigionieri in mano agli alleati vi sono anche quelli che non vogliono collaborare, che restano legati alla fedeltà e ai giuramenti al fascismo. E tra i deportati in Germania non mancano, anche se in minoranza, ufficiali e soldati che aderiscono al R.S.I., che tornano a far parte di formazioni militari in Germania e in Italia sotto la direzione dei fascisti e dei nazisti.
Anche la caratterizzazione che la Germania imprime alla deportazione delle centinaia di migliaia di soldati, ma anche di civili, italiani, che è quella dell'internamento e non quella della prigionia, quella del lavoro obbligatorio, che viene imposto ai soldati e che nel agosto del '44 si vuole imporre anche agli ufficiali, si intreccia e in qualche misura si confonde con lo status dei civili italiani, che prima dell'armistizio erano andati volontariamente a lavorare in Germania.
All'indomani della liberazione non era facile districare questa intricata matassa; e i governi, da Parri in poi, hanno seguito una linea che io ho definito di crudele saggezza: quella cioè di identificare l'opera di riscatto e di rinascita democratica dell'Italia nel movimento di liberazione, nella lotta partigiana e nel contributo delle nuove formazioni dell'esercito; e di considerare i prigionieri tutti alla stessa stregua, senza distinguere troppo tra chi si era schierato, ed aveva sofferto e pagato, dalla parte della democrazia e chi invece era rimasto inerte o perfino ancora legato all'ideologia della guerra e di oppressione del  nazismo e del fascismo.
Poi è intervenuto un fatto internazionale di grande rilievo, come il processo di Norimberga, che in sostanza mirava, con la condanna del vertice nazista, a chiudere i conti con le responsabilità della Germania per il conflitto mondiale, ed anche - diciamo la verità - con alcuni degli aspetti più orrendi, che in questi ultimi anni sono tornati sul tappeto, anche nel nostro paese; come ad esempio le indagini e i processi accantonati o dimenticati per le stragi naziste in Italia o come i risarcimenti dovuti a quanti sono stati condannati in Germania al lavoro coatto.
La prego di perdonarmi se mi sono lasciato andare ed ho scritto oltre misura. Non ho inteso, certo,  portare delle giustificazioni per le sordità, per le inerzie, il disinteresse che certamente ci sono stati, ma ricordare le difficoltà che bisognava ed ancora oggi bisogna superare.
L'ho constatato direttamente anche io quando tra il '97 e il '98 sono andato in giro per l'Italia a discutere della "Resistenza"  degli ufficiali italiani nei lager tedeschi. La memoria se non è curata, alimentata, illuminata in modo costante si smarrisce inesorabilmente.

Io mi metterò senz'altro in contatto con l'Istituto Storico di Imperia. Lei mi dirà senz'altro se c'è qualcosa che, tenendo conto delle mie condizioni, io possa fare.

La ringrazio ancora per la sua lettera e per il suo appello. 
Auguro a Lei, ai suoi collaboratori il miglior successo in quest'opera meritoria che avete intrapreso.

Con i più cordiali saluti

On. Alessandro Natta